lunedì 4 aprile 2016

Per molti il termine Società è poco più di un concetto da riesumare ogniqualvolta accade qualcosa di terribile, di inaccettabile, di ingiustificabile, un qualcosa che sembra minacciare la nostra vita, le nostre abitudini e le nostre certezze. Ci riferiamo alla società quando qualche attentato fa vacillare la sicurezza nazionale o quando avviene una violazione dei nostri diritti o ancora quando vogliamo mostrarci uniti contro un nemico comune. La nostra società è sotto attacco, o Le basi della nostra società sono state minate, o ancora, La nostra società ha l’obbligo di restare unita, sono le frasi che sentiamo ripetere e a nostra volta utilizziamo quando pubblichiamo un pensiero su Facebook o Twitter o quando vogliamo associare un commento ad una foto raffigurante una bandiera o qualche altro simbolo universalmente riconosciuto. Già, la società. Per la maggior parte del nostro tempo non ci ricordiamo neppure di vivere in una società, troppo presi dai nostri mille impegni di lavoro o dalle improrogabili distrazioni sulle quali investiamo tutte le nostre energie. Non abbiamo più tempo di occuparci della società, degli altri e in fondo anche di noi stessi. No, è meglio lasciare a qualcun altro l’onere di assolvere a quel compito e per quanto concerne noi stessi, be’, facciamo già abbastanza. Oppure no? Ci curiamo davvero di noi stessi, in quanto individui e in quanto persone di una società? A molti, moltissimi, forse troppi, verrebbe da rispondere sì, ovvio, e cos’altro starei facendo quando controllo le notifiche di Facebook sul mio iphone, o quando posto una foto con tanto di hashtag su Instagram, o ancora quando passo le mie pause pranzo in palestra, grondando sudore per contrastare gli effetti del tempo o quando acquisto a rate un’auto comoda e sicura per me e per tutta la mia famiglia? Cos’altro starei facendo se non prendermi cura di me stesso? E automaticamente ci convinciamo di contribuire anche al bene della società di cui facciamo parte, secondo una sorta di processo di diffusione del benessere per proprietà transitiva; se io sto bene, anche la società ne trae beneficio. La convinzione di cui ci facciamo portavoce (non abbiamo molto tempo per fare propaganda al nostro agire, più che altro ci convinciamo di star facendo proprio quella cosa lì) in realtà è parte del problema, o meglio è solo un’altra conseguenza della limitata o quasi del tutto inesistente ahimè, consapevolezza di noi stessi e del nostro ruolo all’interno della società e in generale del mondo. E non mi sorprende se per la maggior parte di coloro che leggeranno queste parole (pochi, troppo pochi, diciamo pure nessuno) la mia riflessione risulterà misteriosa e poco chiara. Non preoccupatevi, è perfettamente normale, fa sempre parte del processo di occultamento ed rieducazione al quale siamo sottoposti da un bel po’ di tempo a questa parte, mi verrebbe da dire da almeno una sessantina d’anni, ma se lo facessi sarei costretto ad andare troppo indietro nella storia, e, sempre secondo il principio esposto poco prima (lo ricordate, vero?) la comprensione del testo risulterebbe ancora più difficoltosa, e non sia mai che si debba faticare troppo a leggere o capire ciò che ci circonda. Pertanto sorvolerò su tutta una serie di aspetti ai quale oramai abbiamo fatto l’abitudine, e di cui non ci si preoccupa più (sarebbero troppi e alcuni addirittura molto complessi, tanto da scoraggiare prematuramente la lettura dell’intero testo) per puntare dritto al nocciolo della questione. E per farlo, riesumerò proprio il concetto di società, dicendo che l’unico aspetto degno di essere ricordato è che la società è molto più astuta, consapevole e pronta a fronteggiare le difficoltà di quanto lo siano gli individui che la compongono. Mi spiego meglio. Se ammettiamo per un attimo, solo per uno ve lo prometto, di vivere in una condizione di totale soggezione ad imperativi di consumo e ottimizzazione dei profitti, sulla base dei quali orientiamo in 99% delle nostre azioni (l’1% lo dedichiamo a rilassarci), ci sarà più facile comprendere il ruolo dell’Is nell’attuale scenario mondiale. E non solo, ci permetterà di collocare nella giusta prospettiva i fatti di cui sentiamo raccontare o veniamo a conoscenza quotidianamente, o meglio ancora potremmo decidere quali emozioni è meglio mostrare o twittare qualora qualcuno (credo nessuno) ce lo venisse a chiedere quando uno, due o tre uomini si fanno saltare in aria uccidendo centinaia di altri loro simili. Tutto questo, perché sveleremmo uno dei tanti inganni e delle tante menzogne di cui ci nutriamo per andare avanti giorno dopo giorno. È proprio qui la società ci viene in soccorso, perché lei non si fa prendere facilmente per il naso da qualche falsa promessa o dall’illusione di una felicità più grande. No, lei, la società, sa ciò che vuole, ed in particolare desidera degli individui consapevoli e desiderosi di trascorrere le giornate a costruirsi un’identità, su cui poi potrà far leva per sopravvivere al cambiamento e perpetuarsi nel tempo. Sempre la società non sa che farsene di persone distratte, corrotte, abbindolate da promesse illusorie e intente a perseguire (spesso involontariamente) degli obiettivi privi di valori se non quello di svuotare le tasche agli uni (tanti) per riempire quelle degli altri (pochi). Tutti i recenti studi mostrano come il modo corretto per affrontare la questione del terrorismo (la più scottante al momento) sia considerarlo come una fonte di identità alla quale alcuni (non così pochi) stanno attingendo per costruire il proprio sé, o meglio per rispondere ai sempre più impellenti bisogni di dare un senso profondo alla propria vita. Non per niente, dati alla mano, gli europei confluiti nelle file del califfato rispecchiano un profilo quanto mai lontano dal modello dell’integralista islamico ultraconservatore di cui si sente continuamente parlare, bensì più affine a delle caratteristiche sociopsicologiche in cui tutti noi potremmo riconoscerci. Si tratta di giovani in maggioranza tra i diciotto e i ventisei anni, istruiti, spesso di famiglie benestanti, con difficoltà a trovare un’occupazione e ad integrarsi nella società, senza un’adesione convinta a qualche credo religioso. Non sono forse caratteristiche comuni a tanti di noi? Sapete qual è la differenza? Molto semplicemente loro, gli jihadisti, i terroristi, i leoncini del califfato, gli estremisti, per far fronte alle loro difficoltà o se vogliamo al loro bisogno di identità (per sentirsi parte di qualcosa che possa donare un senso alle loro azioni), scelgono di unirsi a Daesh e alla sua causa. Il fatto poi che entrino in gioco delle motivazioni religiose, a loro poco importa. Perché? Be’, perché l’Is fornisce loro un qualcosa (sicurezza, senso di appartenenza, solidarietà, fratellanza, identità) sempre più difficili da reperire nelle società moderne nelle quali vivono e dalle quali si sentono esclusi ed emarginati. Considerare il terrorismo dello Stato islamico in altri termini (radicalizzazione dell’Islam, scontro tra civiltà, ecc.) è un errore tanto madornale, quanto sciocco. E allora perché, vi chiederete (o forse no? mah…) non ci viene spiegato in questo modo? Ovvio, perché coloro i quali si sono riempiti le tasche grazie a noi (vi ricordate?), grazie alle nostre scelte o meglio grazie ai nostri acquisto, vogliono continuare a sentire le loro tasche belle gonfie. E instillare in noi il dubbio che forse il nostro modo di vivere è sbagliato e che potremmo “spendere” meglio il nostro tempo, magari dando un significato differente alla vita di tutti i giorni, vorrebbe dire rischiare di perdere alcuni di noi (chissà quanti), ritrovarsi per le mani persone che non trascorrono più le loro giornate acquistando beni di cui non hanno alcun bisogno, postando foto, sfogliando Facebook e così via, alimentando un sistema (capitalistico) che di quelle azioni si nutre. Be’, in tutto questo, la società ci sta avvertendo, mostrandoci come lei, e solo lei purtroppo, non ha nessuna intenzione di soccombere affinché qualcun’altro si arricchisca. È pronta a lottare, sì a lottare, per sopravvivere. Se la lotta finirà per andare sotto il nome di Is, Al queda, Anonymous, socialismo, poco importa, l’essenziale è fare in modo che gli individui di cui si compone perseguano altri obiettivi. In fondo in fondo, se ci pensiamo un attimo, anche noi, seppur inconsapevoli, trascorriamo la vita nel disperato tentativo di dare senso al nostro agire. Quando pubblichiamo una foto su Instagram, non lo facciamo forse per ricevere approvazioni da coloro i quali percepiscono in quella foto la medesima sensazione suscitata in noi stessi? E quando decidiamo di comprare un tipo di telefono piuttosto di un altro, non lo facciamo forse perché lo riteniamo il migliore sulla scorta del fatto che tante altre persone lo possiedono? E quando scegliamo di vestirci in un modo o in un altro non lo facciamo forse per sentirci parte di un gruppo o una comunità che indossa i nostri stessi abiti (e non solo certamente)? E quando ci sacrifichiamo per scolpire il nostro corpo, compressi tra quattro mura con altre decine di persone, non lo facciamo forse per ricalcare un modello attraverso il quale potremmo avere successo con l’altro sesso, con gli amici e sul posto di lavoro? E queste non pensate siano scelte di carattere identitario? Bene, a questo punto qualcuno solleverà la mano e dirà, C’è una bella differenza tra possedere un iphone e compiere un attentato suicida in un aeroporto! Se ci riflettete bene, la risposta meno ovvia (no) di fatto è anche la più corretta. E vi spiego il perché. Se noi non avessimo deciso di assecondare un modello culturale fondato sul consumismo di massa, sull’ignoranza, sul menefreghismo e sull’inganno collettivo, non sarebbe mai nato un movimento come l’Is, che cerca, con metodologie violente e da condannare tout court è innegabile, di fornire risposte ad interrogativi che seppur sepolti sotto valanghe di tweet, foto, post, abiti firmati, auto e telefoni, restano impellenti e prioritari per l’uomo moderno. La società ci ricorda solo di prestare ben attenzione alle nostre scelte, qualunque esse siano, perché se da questo avvertimento è scaturito l’Is e il terrorismo ad esso connesso, dal prossimo (perché un prossimo ci sarà, stiamone certi) cosa salterà fuori?

lunedì 23 novembre 2015

Il blog con uno "sguardo diverso" riapre i battenti...

Per l’atteso ritorno del mio blog vorrei fare un gioco. È un gioco di fantapolitica, sì, diciamo che è qualcosa del genere. Le regole sono molto semplici. Si fanno delle ipotesi strampalate, azzardate, infondate e si cerca di confutarle con fatti reali. Attenzione, non è un brainstorming in cui ognuno dice tutto quello che gli passa per la testa in quel momento. È qualcosa di più strutturato e ragionato. Cominciamo… Credo che ormai sia chiaro a tutti, e se non lo fosse è giunto il momento di prenderne coscienza, che gli attentati dell’11 Settembre 2001 siano stati una gigantesca manipolazione mediatico-politica architettata dalla presidenza Bush e dalla famiglia Bin Laden. Il fatto che la suddetta famiglia fosse sui libri paga del Presidente texano è qualcosa di appurato. Ma non sono qui per parlare di questo. Voglio solo sia chiaro che l’attentato terroristico più chiacchierato della storia, con i suoi 2752 morti, è stata una colossale bufala che ha fornito il pretesto agli Stati Uniti per fare guerra a destra e a sinistra in nome della democrazia, e con il pieno consenso popolare, per via di quella paura diffusa che avrebbe portato i cittadini americani ad autorizzare sacrifici animali, la riapertura del tribunale dell’Inquisizione e la creazione di bamboline voodoo ad hoc che riportassero la faccia barbuta di Bin Laden, purché tutto finisse il prima possibile. Pertanto, e adesso ha inizio il gioco di fantapolitica, possiamo provare ad applicare lo stesso meccanismo per gli attentati di Parigi. L’Europa è stata colpita al cuore, sia metaforicamente che non, con un attentato che non ha molti precedenti, soprattutto in termini di risonanza mediatica, ma non tanto in termini di vittime perché, se ci pensiamo bene, siamo lontani dai numeri dell’11 Settembre (per fortuna azzarderei a dire). E quando accadono cose come questa è sempre interessante, o almeno dovrebbe esserlo, osservare cosa succede dopo. E non parlo delle lacrime che vengono riversate per le strade di ogni Paese, o alle candele che vengono accese per ricordare chi non c’è più, e tantomeno delle affermazioni più o meno ponderate che riempiono le pagine di giornali e social network. No. Quello che è davvero interessante notare sono le reazioni concrete, il pragmatismo con il quale i governi affrontano la situazione. E in questo caso parlare di pragmatismo è eccessivo perché quello che si sta facendo è piuttosto irrilevante. Mi spiego. È stata creata tempo fa una coalizione anti-Is che conta oltre 40 Paesi di tutto il mondo, quaranta Stati pronti a mettere a disposizione della libertà i loro eserciti meglio addestrati e le loro armi più intelligenti e potenti. Eppure non credo di aver letto notizie di un super esercito che sta invadendo la Siria nord-orientale o l’Iraq, i due stati nei quali si crede risiedano le roccaforti del Califfato. E non fraintendetemi, non sto affermando che la coalizione debba intervenire militarmente. Quello che mi limito a fare e constatare i fatti. Forse, e dico forse, non è così facile coordinare tutte quelle persone per mandarle a far fuori i cattivi con le barbe lunghe nel giro di pochi giorni… ...Ok, allora io sparo ai leoncini del Califfato, in modo da minare il futuro dell’organizzazione, li fiaccherò per bene, non nasceranno più bambini ai quali viene dato in mano un M-16 piuttosto che il biberon …va bene, allora io mi occupo delle donne Kamikaze, farò capire una volta per tutte qual è il ruolo delle donne nella società moderna …allora noi ci occupiamo di sgozzare i capi …io vorrei tutto per me quello lì, com’è che si chiama? Ma sì, il capo di tutti i cattivi, quello più cattivo di tutti …dai datemi una mano …Abū Bakr al-Baghdādī, ecco proprio lui, grazie sergente …ma non l’avevano già ucciso i nostri amici americani? …ma no, cosa dite, voi francesi non sapete proprio nulla, siete ancora troppo scossi per parlare con lucidità …è vivo e vegeto, e continuerà a seminare terrore ovunque se qualcuno non lo fermerà …ben detto caporale …grazie tenente …maggiore? …sì, dimmi soldato …io e i miei amici italiani vorremmo avere l’onore di occuparci dei capi, siamo giovani e ben addestrati, siamo i più idonei a svolgere quel compito …guarda, fosse per me potete uccidere chi vi pare, ma credo sia meglio parlare con quel gruppetto di inglesi …ieri, mentre organizzavamo le operazioni di guerra, sono venuti da me per chiedermi la stessa cosa, e ho acconsentito a dar loro il compito …capisco maggiore …non prendertela soldato, ci saranno abbastanza arabi da far fuori, avrete la vostra fetta, non temete …certo maggiore, ne sono consapevole, il fatto è che io ed i miei amici vorremmo fare la nostra parte, riscattare il buon nome dell’Italia, capisce? Abbiamo bisogno di questo, sono anni che aspettiamo questo momento …capisco …certo che lo capisco, anch’io alla tua età ero così …quindi credimi, condivido la tua smania di uccidere terroristi, il punto è che qui siamo davvero in troppi, e ognuno vuole uccidere il capo …per cui mi sa che dovremo trovare una soluzione che metta d’accordo tutti quanti …non saprei sul momento …ho visto che ci sono dei belgi che hanno delle carte, forse potremmo giocarcela a carte …chi vince decide chi uccide chi e come, che ne dici soldato? …tanto mi sa che qui ci dovremo stare ancora per un bel po’… prima ho sentito Barack e mi ha detto che è una vera faticaccia mettere in riga tutti i quaranta paesi della coalizione …più della metà non parla inglese e non ha intenzione di farlo, per cui anche spiegare i piani di guerra diventa una vera impresa. Mi ha detto che sta cercando dei traduttori in tutto il mondo per risolvere la questione …te conosci qualcuno? …beh, ci sarebbe un amico del cugino di un mio amico che è senza lavoro da un po’ e forse potrebbe darci una mano, che ne dice? …manda un fax alla casa bianca e allega un cv di questo tuo amico …se vinceremo questa guerra al terrore, sarà stato anche merito tuo soldato… Va bene la smetto, però ho reso l’idea di quello che succederebbe se si radunassero tutti gli eserciti della coalizione e venissero mandati a radere al suolo lo Stato islamico. Tornando a noi. Quello al quale sto assistendo è un lento e progressivo smantellamento dell’Europa unita, che passa attraverso la sistematica riduzione dei diritti di libera circolazione, a controlli sempre più stringenti applicati a tutti i cittadini europei. Mi spiego ancora meglio. L’Europa, prima degli attentati di Parigi se la passava maluccio per via di tutti quei rifugiati siriani e non che la stavano invadendo. Ma non solo, anche per via della crisi economica. E la sua moneta, l’Euro, non se la passava tanto meglio, ogni giorno meno forte. Per non parlare poi dei valori condivisi sui quali avrebbe dovuto fondarsi l’unione. Anche quelli non sembravano più tanto condivisi. Si vociferava che forse l’Europa, intesa come comunità unita, avesse bisogno di essere rivista e che quell’idea nata il primo Gennaio del ’58 forse era fallita o se non lo era ancora, stava fallendo. Forse le persone non erano ancora pronte per essere europei. Preferivano ancora chiamarsi italiani, spagnoli, francesi e tedeschi. Forse non condividevano affatto dei valori. O semplicemente la situazione è sfuggita di mano un po’ a tutti e i fatti sopra citati hanno messo a dura prova un progetto di indubbio fascino e valore, mettendo a nudo la difficoltà, il più delle volte, di realizzare concretamente un sogno. Ma a questo punto cosa fare? L’Euro, volenti o nolenti, è la moneta unica, le persone e le merci possono muoversi liberamente sui territori nazionali facenti parte dell’Unione e i valori che sono stati sanciti dai vari trattati internazionali e non, parlano di rispetto, libertà, diritti civili e politici, accoglienza, impegno, amore. È una bella gatta da pelare se vogliamo fare dietro front, non credete? Ci serve qualcosa. Un pretesto, un valido motivo per dire a tutti i cittadini europei: …ok, scusate, ci siamo sbagliati. Sapete tutto quello che vi abbiamo detto in questi anni? Avete presente i sacrifici che vi abbiamo chiesto di fare in nome dell’Europa unita? Vi ricordate bene tutto quanto? Beh…non saprei come dirlo …va bene, lo dirò e basta …abbiamo sbagliato, mi sa che è meglio che ognuno torni al suo Paese, e che si dimentichi il prima possibile di tutte quelle cose …credetemi, è meglio così …è meglio per tutti …ci abbiamo provato, è vero …ci abbiamo anche creduto …eccome se l’abbiamo fatto …ma è stato tutto inutile …abbiamo fallito …può capitare in fondo, no? si crede fermamente in qualcosa, ci si sbatte per ottenerla e poi ci si accorge che quella cosa non è un granché, o che non funziona a dovere …ecco, più o meno è questo quello che è successo per l’UE. Speravamo in qualcosa di meglio …e badate bene che non sto accusando nessuno. Sono consapevole dell’impegno profuso da tutti quanti affinché le cose funzionassero. Siete stati proprio bravi… niente da dire …chapeau …il fatto è che non ha funzionato …tutto qui …portate pazienza e tornatevene a casa …i vostri Paesi vi aspettano e hanno bisogno di voi. Dia solo sa quanto ne hanno di bisogno…. Già …beh il discorsetto non è male, funziona. Ma come farlo digerire a tutti senza creare troppi malumori e senza fare la figura degli stupidi? Ma certo …abbiamo sempre avuto la risposta sotto al naso …perché non facciamo come hanno fatto i nostri amici americani quindici anni fa? Ha funzionato, no? …allora, facciamo così… Troviamo qualcuno, qualcuno di credibile, che possa creare un diversivo… qualcosa che ci permetta di agire indisturbati, smantellare tutto e ricominciare da zero …a qualcuno viene in mente qualche nome? …a nessuno? …dai ragazzi, su …sforzatevi un po’ …bravi …i terroristi! Già, ma Bin Laden è morto e Al-Qaeda non è più quella di una volta …quindi? …beh, ci sarebbero quelli nuovi …quelli più cattivi e spietati …avete presente di chi sto parlando? Quelli che usano anche i bambini per sgozzare gli infedeli …che fanno un sacco di video fichi con gente incappucciata che ammazza in diretta giornalisti, prigionieri, donne …chiunque non sia d’accordo con loro …e lo fanno in nome di Allah …loro sarebbero perfetti, non credete? Sono violenti, spietati, senza scrupoli, una minaccia per tutti, dei barbari, dei non-uomini e per di più parlano di quel Dio, Allah, che da noi non è mica ben visto …sì, loro andranno benissimo …allora, facciamo così …ci mettiamo in contatto con loro, gli diamo quello che vogliono (armi, soldi, petrolio, tutto quello che chiedono) poi facciamo in modo che organizzino un bell’attentato in Europa, che ne so, a Parigi per esempio, è una bella città e la conoscono tutti, no? sì, ma niente di drammatico eh? Non voglio fare la figura del megalomane come ha fatto George nel 2001. Qualcosa di più contenuto …qualche bomba qua e là, qualche sparo …che facciano un po’ di rumore insomma …e usino i mezzi che vogliono …l’importante è che sia un lavoro pulito, senza troppo spargimento di sangue …un’ottantina di morti andrà benissimo, in modo che la gente abbia paura, che sia portata a guardarsi le spalle quando cammina per strada, anzi …meglio ancora …che non abbia proprio più voglia di uscire di casa …che se la prenda con quelli che hanno la barba lunga, si vestono strani o hanno i vestiti stracciati, arrivano via mare, parlano una lingua incomprensibile, sono laureati, ecc… quando saremo a quel punto, interverremo noi, con i militari, i politici, i mezzi di comunicazione e li proteggeremo, ristabiliremo la pace e la serenità, li faremo di nuovo sentire a casa …purché non considerino l’Europa la loro casa, perché quella non esisterà più …l’Europa non sarà che un brutto ricordo …tutto tornerà ad essere come prima …in fondo nel 2001 ha funzionato no? perché non dovrebbe andare bene anche oggi? Tanto le gente paura ce l’ha già …

sabato 13 novembre 2010

Per non paralizzare il Paese

Se la crisi politica in atto è un’occasione per chiudere un’era e aprire le porte ad una terza repubblica, allo stesso tempo è indispensabile evitare un empasse politico-governativa che confinerebbe il nostro Paese in un baratro senza uscita. È necessario seguire dei canali ben precisi per cogliere davvero l’occasione che si sta presentando:
- parlamentarizzare la crisi è il primo imperativo. La manovra dei Finiani deve concretizzarsi entro lo spazio parlamentare e sottostare alle regole istituzionali per scongiurare il rischio di una violazione degli iter democraticamente e legalmente legittimati a far fronte tali situazioni. Il rispetto della legalità e la ricerca di un vasto consenso in sede parlamentare per sciogliere l’esecutivo sono delle conditio sine qua non per poter procedere
- il centro destra deve riorganizzarsi, ribilanciando le forze al suo interno e individuando un nuovo leader che sostituisca l’attuale Presidente del Consiglio – l’ipotesi di un Berlusconi dis non sembra raccogliere molti consensi -.
- Al punto precedente è strettamente correlata la necessità di rivedere i termini del bipolarismo politico in nome di una ricomposizione dei partiti sulla base di una cultura politica condivisa e in grado di superare le eterogeneità disgreganti all’interno delle due colazioni. Quello che si chiede è, come ricordato in un post precedente, di tornare a parlare di politica nel senso più ampio del termine per poter individuare una strada comune, sia a destra che a sinistra, sulla quale camminare insieme. La Lega da una parte e L’Idv dall’altra devono essere riassorbiti. Allo stesso tempo il Pdl, archiviato l’attuale leader, deve dialogare con i Finiani e l’Udc al fine non solo di ricomporre un centro-destra abile a governare ma per scongiurare il rischio di elezioni anticipate.
- Eliminare ogni possibile rimpasto politico che preveda alla propria guida Berlusconi. La manovra di Futuro e libertà deve essere colta fino in fondo.
- No ad un Governo tecnico che riveda la legge elettorale in vista delle future elezioni. La necessità di metter le mani su una legge elettorale disastrosa è un obbligo ma assolutamente derogabile in questo momento. La modifica dei meccanismi di assegnazione dei seggi non potrebbe alterare quelli che saranno i risultati elettorali qualora si decidesse di andare alle elezioni anticipate. La Lega, probabilmente, conquisterebbe maggiori consensi a seguito di uno slittamento degli elettori del Pdl. Il Pd otterrebbe risultati ancora più miseri rispetto alle ultime elezioni e ci si ritroverebbe mesi dopo a confrontarsi con lo stesso problema di oggi: organizzare una compagine di Governo in grado di guadagnare la fiducia del Parlamento e legittimata a guidare il Paese.
Insomma, è necessario ridurre al minimo i tempi per un riequilibrio della situazione politica del Paese. Ulteriori perdite di tempo porterebbero l’Italia a soffrire ulteriormente per una crisi economico-sociale alla quale non si è riusciti ancora a far fronte in maniera efficace e si perderebbe la grande occasione per ridare un volto politico chiaro e coeso al Paese. Purtroppo le ultime notizie non sembrano di buono auspicio, anzi i “giochetti” delle mozioni di sfiducia sono una palese dimostrazione della difficoltà di un sistema politico-istituzionale di affrontare pragmaticamente una crisi.

martedì 9 novembre 2010

L’importanza di una lettura attenta…



In questi giorni è stato approvato il nuovo pacchetto sicurezza messo a punto dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, composto da un decreto legge e da un disegno di legge. Non è mia intenzione esaminare ogni singolo punto del decreto ma vorrei soffermarmi su un aspetto, evidentemente molto caro allo stesso ministro e un cardine del programma politico della Lega: Espulsione anche per cittadini comunitari.
Come si è potuto leggere sui giornali, il Ministro ha ricordato che i cittadini dell'Unione europea che soggiornano nel nostro Paese oltre i novanta giorni senza avere i requisiti previsti dalla normativa europea, potranno essere espulsi per motivi di ordine pubblico esattamente come avviene nei confronti degli extracomunitari. In particolare ha precisato:
“C'è una norma europea, la 38 del 2004, che prevede che se un cittadino dell'Unione europea vuole risiedere stabilmente in un paese oltre i 90 giorni deve rispondere a determinati requisiti e cioè avere un lavoro, un reddito e un'idonea abitazione. La violazione non è oggi sanzionata e dunque noi introduciamo una sanzione che è l'invito ad allontanarsi per il cittadino comunitario. Se questo invito non viene rispettato è prevista l'espulsione del cittadino comunitario per motivi di ordine pubblico”.
A questo punto mi è sembrato doveroso recuperare il documento al quale fa riferimento il Ministro Maroni per poter verificare direttamente la veridicità delle sue parole. La DIRETTIVA 2004/38/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 29 aprile 2004 è finalizzata alla tutela del diritto del cittadino dell’Unione di circolare e soggiornare liberamente sul territorio degli Stati membri e proprio per questo è un documento particolarmente attento alle esigenze e alle condizioni nelle quali versa il cittadino affinché possa ottenere la massima tutela da parte dello Stato ospitante e scongiurare qualunque tipo di discriminazione. Qualunque persona abbia voluto soffermarsi su questo documento avrà appreso la forza con la quale viene sancito il diritto di libera circolazione e avrà intuito che la direttiva mira ha tutelare il libero cittadino e non vuole essere un appiglio al quale far riferimento qualora si decida di adottare disposizioni legislative restrittive nei confronti del diritto di cui sopra. Soprassedendo sulla lettura, evidentemente superficiale, che ne ha fatto il Ministro Maroni, entro nel merito della direttiva per mostrare come le affermazioni di Maroni siano confuse e mescolino articoli e disposizioni ben precise.

- La cittadinanza dell'Unione conferisce a ciascun cittadino
dell'Unione il diritto primario e individuale di circolare e
di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati
membri,

- I cittadini dell'Unione dovrebbero aver il diritto di
soggiornare nello Stato membro ospitante per un
periodo non superiore a tre mesi senza altra formalità o
condizione che il possesso di una carta d'identità o di un
passaporto in corso di validità, fatto salvo un trattamento
più favorevole applicabile ai richiedenti lavoro,
come riconosciuto dalla giurisprudenza della Corte di
giustizia.

- Il requisito del possesso della carta di soggiorno
dovrebbe essere limitato ai familiari del cittadino dell'Unione
non aventi la cittadinanza di uno Stato membro
per i soggiorni di durata superiore ai tre mesi.

Articolo 6
Diritto di soggiorno sino a tre mesi
1. I cittadini dell'Unione hanno il diritto di soggiornare nel
territorio di un altro Stato membro per un periodo non superiore
a tre mesi senza alcuna condizione o formalità, salvo il
possesso di una carta d'identità o di un passaporto in corso di
validità.

Articolo 8
Formalità amministrative per i cittadini dell'Unione
1. Senza pregiudizio dell'articolo 5, paragrafo 5, per
soggiorni di durata superiore a tre mesi lo Stato membro ospitante
può richiedere ai cittadini dell'Unione l'iscrizione presso
le autorità competenti.
2. Il termine fissato per l'iscrizione non può essere inferiore
a tre mesi dall'ingresso. Un attestato d'iscrizione è rilasciato
immediatamente..

Il richiamo al limite temporale di tre mesi non fa in alcun modo riferimento ad espulsioni per motivi di ordine pubblico – infatti è dedicato un articolo a parte per disciplinare tali casi – e soprattutto è stato introdotto affinché il cittadino ospite non gravi eccessivamente sul sistema socio-assistenziale dello Stato ospitante per un lasso di tempo indeterminato. Il riferimento del Ministro oltre ad essere impreciso, sembra porsi come una minaccia rispetto alla quale l’intera direttiva europea prende fermamente le distanze. E prosegue:

- …In nessun caso una misura di allontanamento dovrebbe essere presa nei
confronti di lavoratori subordinati, lavoratori autonomi
o richiedenti lavoro, quali definiti dalla Corte di giustizia,
eccetto che per motivi di ordine pubblico o di pubblica
sicurezza.

- L'allontanamento dei cittadini dell'Unione e dei loro
familiari per motivi d'ordine pubblico o di pubblica sicurezza
costituisce una misura che può nuocere gravemente
alle persone che, essendosi avvalse dei diritti e
delle libertà loro conferite dal trattato, si siano effettivamente
integrate nello Stato membro ospitante…

- Pertanto, quanto più forte è l'integrazione dei cittadini
dell'Unione e dei loro familiari nello Stato membro ospitante,
tanto più elevata dovrebbe essere la protezione
contro l'allontanamento. Soltanto in circostanze eccezionali,
qualora vi siano motivi imperativi di pubblica sicurezza,
dovrebbe essere presa una misura di allontanamento
nei confronti di cittadini dell'Unione…

Ancora una volta le lettura che ne deriva è finalizzata a garantire si che il cittadino ospite non costituisca un “disturbo” alla vita sociale nel Paese ospitante – come è sacrosanto che sia – ma è una possibilità richiamabile solo in casi particolari o estremamente gravi e non nel semplice caso in cui non vengano rispettate le scadenze amministrative.
Non credo sia necessario dilungarmi ulteriormente per ribadire quanto già ampiamente specificato nella Direttiva europea. Vorrei solo ricordare l’importanza di leggere attentamente i documenti e la necessità di verificare sempre quanto ci viene detto per evitare spiacevoli manipolazioni o distorsioni.

lunedì 8 novembre 2010

L’anti-berlusconismo di destra?


Esiste davvero un’anti-berlusconismo interno alla coalizione di centro-destra o è uno slogan che mira ad evidenziare quanto il Governo sia giunto al giro di boa decisivo? Quanto affermato ieri a Perugia non è né un ultimatum né una sfida aperta, piuttosto l’unica concreta possibilità di chiudere un’era politica. Intendiamoci, Fini non è in grado di rappresentare un’alternativa concreta all’attuale Governo ma ha svolto un ruolo cruciale per la destabilizzazione delle forze politiche. Quello su cui si dovrebbe riflettere a questo punto non è tanto lo scenario futuro – si andrà alle elezioni anticipate, si formerà un Governo tecnico, quali saranno le alleanze future? – che inevitabilmente sarà determinato da strategie a-politche, bensì sul motivo per il quale siamo giunti a questo punto. La nascita della seconda Repubblica è coincisa con la scesa in politica dell’impresario Silvio Berlusconi e con l’inaugurazione di una nuova stagione. La spettacolarizzazione della politica, la rivoluzione dell’informazione pubblica e la commercializzazione della televisione hanno dominato la scena pubblica per quindici anni. La crisi e la successiva agonia di una sinistra rimasta orfana di leader e di fondamenti hanno spianato la strada all’ascesa di una politica fresca, dinamica e fortemente tesa al fare più che al pensare. Il Berlusconismo però, pur proponendo una formula vincente ed incisiva, conteneva i germi del suo fallimento. Un fallimento che sembra essere imminente se “Futuro e Libertà” riuscirà a percorrere la strada intrapresa.
L’analisi dell’attuale situazione di Governo mostra palesemente la mancanza di contenuti di una politica che, distraendo le masse e indirizzando gli sguardi, ha cercato di amministrare un Paese agonizzante. Le vicende pubbliche del Premier, i processi e le scorribande incontrollate e politicamente scorrette del Carroccio hanno preso il sopravvento. Non è più sufficiente mostrare uno stile di vita festaiolo, spensierato e spettacolare per governare un Paese bisognoso di idee e principi. Quanto accaduto ieri ne è la prova più lampante. La coalizione di centro-destra e lo stesso Parlamento tout cour stanno comprendendo che la politica è fatta di idee prima che di slogan goliardici e festini a luci rosse. È tempo di tornare a parlare di “politica”, quella vera nella quale si dibatte di come organizzare la società e nelle quale lo scontro tra le forze in campo si fondi su divergenze ideologiche radicate – nel senso più puro del termine -. Solo il Pdl e la Lega hanno rinunciato a riflettere sul proprio statuto politico, credendo di poter governare a suon di slogan e pubblicità. Tutte gli altri partiti stanno tentando di uscire dalla morsa sterilizzante del Berlusconismo per riscoprire i propri valori fondanti. Fini, terminato il percorso di parlamentarizzazione del proprio pensiero politico, ha individuato due temi dai quali ripartire nella futura coalizione: immigrazione e crisi economia. L’Udc, una volta individuata la coalizione più idonea alle sue esigenze, porterà avanti i valori e le esigenze dell’elettorato cattolico italiano. L’Idv, terminata l’estenuante lotta al Berlusconismo, potrà focalizzarsi sul giustizialismo. IL Pd, una volta abbandonata l’idea di costituire il polo a sinistra del Popolo delle libertà, rappresenterà il vero centro del Paese in attesa che dalle ceneri della sinistra si attivino dei leader in grado di dare senso ad un parola che ormai da anni ha abbandonato il dibattito pubblico. Fuori dai giochi restano solo i due personaggi cardine dell’attuale esecutivo – Berlusconi e Bossi – che sembrano davvero privi delle risorse necessarie per competere con le altre forze in Parlamento sul terreno della dialettica politica e non su quellO del mero spettacolo mediatico.
Mi auguro che non si perda l’occasione per uscire dall’oscurantismo politico dei questi anni e si colga fino in fondo l’occasione per rifondare una politica del fare fondata sul pensare.

mercoledì 3 novembre 2010

Un "normale" abuso di potere

Non credo sia di una qualche rilevanza parlare dei festini privati nella villa di Arcore, cercare di distinguere ciò che è pubblico da ciò che è privato – in riferimento alla vita degli uomini di Stato – e tanto meno lo è seguire le pungenti affermazioni che ogni giorno fomentano lo scontro politico nel nostro Paese. Ben più rilevante è sollevare la questione dell’ingerenza di un potere all’interno di un altro potere. La pressione esercita dal Presidente del Consiglio sul capo di Gabinetto della Questura di Milano affinché affidasse una minorenne fermata con l’accusa di furto e priva di documenti nelle mani di una Sua conoscente è una fatto non solo rilevante ma di una gravità allarmante. Vorrei sottolinearlo non perché sia un fatto unico nelle vicende politico-giudiziarie di questo Paese ma proprio perché è passato quasi inosservato, sepolto, come sempre accade, da una valanga di vicende più “succulente” da dare in pasto all’opinione pubblica.
Il fatto che la questura di Milano sia stata assolta dalla Procura della Repubblica da tutte le accuse in merito a procedure non corrette rispetto all’affidamento della minorenne Ruby al Consigliere regionale per il Pdl Nicole Minetti, rappresenta uno spostamento di attenzione rispetto alla centralità del ruolo svolto dal Premier in questa vicenda. Quanto sancito dalla Procura non assolve ne chiarisce la legittimità del gesto compiuto dal Presidente del Consiglio e tanto meno gratifica sapere che sono ancora aperte le indagine in merito al “triangolo dell’amore” Mora-Fede-Berlusconi. La gravità rappresentata dall’intromissione del Premier nelle procedere giuridicamente legittimate della Questura milanese non è stata soppesata a sufficienza e merita di essere affrontata. Giuseppe D’avanzo scrive oggi su Repubblica: “Anche se per un quietismo istituzionale la procura di Milano chiude con un no contest il conflitto tra questura e tribunale dei minori, è già uno scandalo pubblico che, con un abuso di potere, un capo di governo intervenga su un funzionario dello Stato per accelerare e facilitare la liberazione di una sua giovane amica”.
La questione investe direttamente il concetto di potere e in particolar modo di utilizzo del potere in uno stato democratico moderno. Il Premier ha utilizzato in maniera impropria il proprio potere per determinare l’esito della vicenda Ruby cosa ben più grave del gesto di influenza istituzionale al quale è stato fatto appello nella divulgazione della vicenda. Anche se il fatto è circoscritto la risonanza investe il concetto di Stato di diritto e di distribuzione dei poteri. In uno Stato di diritto moderno ogni individui – sia esso un libero cittadino sia esso una carica dello Stato - che agisce nella società civile deve essere sottoposto al rispetto delle leggi e delle procedure sancite da esse. Mi sembra palese che la prevaricazione di cui sopra sia un esempio di come una carica politica – e per lo più di una delle quattro più alte cariche politiche dello Stato – si sia sottratta ai principi dello Stato di diritto. Non solo. Un altro principio cardine delle nostre società democratiche è rappresentato dalla divisione dei poteri e in particolar modo dalla distribuzione dei compiti – e quindi del potere che ognuno di essi prevede per il corretto esercizio – secondo una logica di specializzazione e competenza specifica. La questura è investita di specifici compiti ovviamente diversi da quelli che fanno capo al Presidente del Consiglio ma che non implicano che quest’ultimo, ricoprendo una carica di grande rilevanza nello Stato possa sobbarcarsi per libera scelta. Ogni compito è stabilito dalla legge che, in quanto tale, è il prodotto di un processo democratico di produzione affidato ad un organo legittimato a porre in essere tali regole. Questo principio oltre ad essere vitale per il corretto funzionamento dello Stato ha un carattere di funzionalità ed efficienza. Parafrasando quanto detto da Mosca, il fattore cruciale per la minoranza che detiene - legittimamente – il potere politico è la capacità di organizzarsi e coordinarsi, cioè è la capacità di distribuire il potere secondo canali secondari ognuno dei quali agente in maniere coordinata e finalizzata al buon funzionamento dello Stato. Quello che è successo viola quanto affermato in questa sede e soprattutto le legalità delle procedure.
Quello che spaventa di più è la normalità con la quale gli abusi di autorità e prevaricazione istituzione passano sotto gli occhi di tutti come se oramai, gesti di questo genere siano tacitamente accettati o sottovalutati in nome di un’omertà troppo diffusa.

sabato 28 febbraio 2009

L'italia nichilista


Ci fu un’epoca felice nella quale il diritto positivo posto dall’uomo veniva preso a braccetto e sostenuto affinchè venisse considerato giusto e buono. Dapprima tale compito di legittimazione e potenziamento era affidato a Dio, o meglio agli intermediari tra la volontà divina onnipotente e gli uomini. Abbandonata tale strada prese piede il giusnaturalismo nel quale la legittimazione del diritto umano non avveniva più dall’alto ma dal basso attraverso il riferimento ai diritti considerati “naturali” dell’uomo. Con il trionfo del pensiero razionale, il compito di avvalorare la produzione normativa dell’uomo passò alla ragione. Con il ‘900 a provarci furono lo Stato-Nazione, imponente edificio culturale destinato a dare senso al “cittadino”, e le grandi ideologie politiche.
Non ho intenzione di aprire un dibattito su chi o cosa ha oggi il gravoso compito di sostenere il diritto positivo. Quello che vorrei mostrare – anche se credo sia sotto gli occhi di tutti – è la deriva sempre più forte dello Stato italiano verso il nichilismo giuridico. In una tal condizione ogni produzione normativa cessa di essere espressione della ragione, o meglio di un sentimento di bene comune – si intende qui il bene in senso platonico cioè quale idee perfetta slegata dalla realtà a cui gli uomini dovrebbero ispirarsi – per essere mero esercizio della volontà del legislatore, cioè di colui che in un particolare contingenza storica si trova investito dell’autorità legittima di porre in essere regole valide per tutta la collettività. Il modo di governare l’Italia al quale stiamo assistendo è – purtroppo – sempre più assimilabile ad una tal condizione. e non faccio riferimento alle polemiche sull’utilizzo improprio delle decretazione d’urgenza quanto ad una situazione generalizzata in cui la ratio di ciò che viene stabilito non trova legittimazione alcuna se non in un espressione impropria della democrazia rappresentativa che consiste nell’attribuzione a colui che governa del diritto di creare leggi e regolamentare ambiti. Il venir meno del concetto di senso comune e il proliferare di un sentimento di illegalità che on riesce ad essere contrastato efficacemente sono le conseguenze più immediate di un deficit di razionalità nel diritto positivo. La mia critica non volge lo sguardo solo alla politica simbolica - più volte menzionata – che contraddistingue il procedere del governo attuale e alle decisioni che palesano un ricerca disperata di consenso tra gli elettori, quanto piuttosto alla mancanza di un substrato solido e plurale che possa fungere da ispiratore del diritto. Più volte si menzionato del problema, o meglio della questione, della ribalta della Chiesa sulla scena pubblica. tale questione rappresenta un lampante esempio di come esista un vuoto che deve essere colmato. Se sia giusto o meno che se ne occupi la Chiesa – o meglio la religione – lo lascio decidere alla coscienza di ognuno. Quello che voglio denunciare – come già ho fatto in precedenti occasioni – è la necessità che venga creato un soggetto in grado di sostenere il diritto positivo, che permetta di perseguire il bene comune. Vorrei concludere riportando un passaggio di un articolo scritto in occasione del mancato discorso del Papa a “La Sapienza” di Roma. Riporto questo stralcio non perché auspichi che il vuoto di cui si parlava prima sia colmato dalla Chiesa ma per far comprendere quanto divario esista tra gli attori sociali e le istituzioni che vorrebbero porsi come fonti di senso e la Chiesa – le frange più progressiste dell’istituzione, non certamente coloro che rifiutano il Concilio Vaticano II -. Sono convinto che la laicità dello Stato possa essere garantita anche attingendo al bagaglio etico-culturale che la religione rivendica come proprio, pur mantenendo la necessaria separazione tra Stato e religione
Fede e ragione dovrebbero essere due amiche, certo diverse e perfino eterogenee, ma che si stimano e si riconoscono. Oltretutto il loro scopo è lo stesso, sebbene secondo diversi cammini: conoscere il vero e trarne gioia e appagamento. Lo scopo della ragione è di conoscere la realtà, l’essere, e in questo movimento, alla fine, Dio. Essa arriva a coglierne l’esistenza, a conoscere qualcosa di lui, ma non lo può raggiungere: getta uno sguardo sull’oltre, che è ad un tempo il Trascendente e l’aldilà, ma non può portarci lì. Occorre che dall’“altrove rispetto al mondo” venga qualcuno a prenderci per mano e farci compiere il viaggio. In questa disposizione si concreterebbe l’atteggiamento di una ragione disposta ad ascoltare a pieno arco. Aperta è quella ragione che con procedimento razionale e controllabile si riconosce insufficiente ad offrire una visione completa; consapevole dei propri limiti, è spontaneamente inclinata a completare e vivificare con gli elementi della fede quelli raggiunti dalla ragione