sabato 13 novembre 2010

Per non paralizzare il Paese

Se la crisi politica in atto è un’occasione per chiudere un’era e aprire le porte ad una terza repubblica, allo stesso tempo è indispensabile evitare un empasse politico-governativa che confinerebbe il nostro Paese in un baratro senza uscita. È necessario seguire dei canali ben precisi per cogliere davvero l’occasione che si sta presentando:
- parlamentarizzare la crisi è il primo imperativo. La manovra dei Finiani deve concretizzarsi entro lo spazio parlamentare e sottostare alle regole istituzionali per scongiurare il rischio di una violazione degli iter democraticamente e legalmente legittimati a far fronte tali situazioni. Il rispetto della legalità e la ricerca di un vasto consenso in sede parlamentare per sciogliere l’esecutivo sono delle conditio sine qua non per poter procedere
- il centro destra deve riorganizzarsi, ribilanciando le forze al suo interno e individuando un nuovo leader che sostituisca l’attuale Presidente del Consiglio – l’ipotesi di un Berlusconi dis non sembra raccogliere molti consensi -.
- Al punto precedente è strettamente correlata la necessità di rivedere i termini del bipolarismo politico in nome di una ricomposizione dei partiti sulla base di una cultura politica condivisa e in grado di superare le eterogeneità disgreganti all’interno delle due colazioni. Quello che si chiede è, come ricordato in un post precedente, di tornare a parlare di politica nel senso più ampio del termine per poter individuare una strada comune, sia a destra che a sinistra, sulla quale camminare insieme. La Lega da una parte e L’Idv dall’altra devono essere riassorbiti. Allo stesso tempo il Pdl, archiviato l’attuale leader, deve dialogare con i Finiani e l’Udc al fine non solo di ricomporre un centro-destra abile a governare ma per scongiurare il rischio di elezioni anticipate.
- Eliminare ogni possibile rimpasto politico che preveda alla propria guida Berlusconi. La manovra di Futuro e libertà deve essere colta fino in fondo.
- No ad un Governo tecnico che riveda la legge elettorale in vista delle future elezioni. La necessità di metter le mani su una legge elettorale disastrosa è un obbligo ma assolutamente derogabile in questo momento. La modifica dei meccanismi di assegnazione dei seggi non potrebbe alterare quelli che saranno i risultati elettorali qualora si decidesse di andare alle elezioni anticipate. La Lega, probabilmente, conquisterebbe maggiori consensi a seguito di uno slittamento degli elettori del Pdl. Il Pd otterrebbe risultati ancora più miseri rispetto alle ultime elezioni e ci si ritroverebbe mesi dopo a confrontarsi con lo stesso problema di oggi: organizzare una compagine di Governo in grado di guadagnare la fiducia del Parlamento e legittimata a guidare il Paese.
Insomma, è necessario ridurre al minimo i tempi per un riequilibrio della situazione politica del Paese. Ulteriori perdite di tempo porterebbero l’Italia a soffrire ulteriormente per una crisi economico-sociale alla quale non si è riusciti ancora a far fronte in maniera efficace e si perderebbe la grande occasione per ridare un volto politico chiaro e coeso al Paese. Purtroppo le ultime notizie non sembrano di buono auspicio, anzi i “giochetti” delle mozioni di sfiducia sono una palese dimostrazione della difficoltà di un sistema politico-istituzionale di affrontare pragmaticamente una crisi.

martedì 9 novembre 2010

L’importanza di una lettura attenta…



In questi giorni è stato approvato il nuovo pacchetto sicurezza messo a punto dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, composto da un decreto legge e da un disegno di legge. Non è mia intenzione esaminare ogni singolo punto del decreto ma vorrei soffermarmi su un aspetto, evidentemente molto caro allo stesso ministro e un cardine del programma politico della Lega: Espulsione anche per cittadini comunitari.
Come si è potuto leggere sui giornali, il Ministro ha ricordato che i cittadini dell'Unione europea che soggiornano nel nostro Paese oltre i novanta giorni senza avere i requisiti previsti dalla normativa europea, potranno essere espulsi per motivi di ordine pubblico esattamente come avviene nei confronti degli extracomunitari. In particolare ha precisato:
“C'è una norma europea, la 38 del 2004, che prevede che se un cittadino dell'Unione europea vuole risiedere stabilmente in un paese oltre i 90 giorni deve rispondere a determinati requisiti e cioè avere un lavoro, un reddito e un'idonea abitazione. La violazione non è oggi sanzionata e dunque noi introduciamo una sanzione che è l'invito ad allontanarsi per il cittadino comunitario. Se questo invito non viene rispettato è prevista l'espulsione del cittadino comunitario per motivi di ordine pubblico”.
A questo punto mi è sembrato doveroso recuperare il documento al quale fa riferimento il Ministro Maroni per poter verificare direttamente la veridicità delle sue parole. La DIRETTIVA 2004/38/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 29 aprile 2004 è finalizzata alla tutela del diritto del cittadino dell’Unione di circolare e soggiornare liberamente sul territorio degli Stati membri e proprio per questo è un documento particolarmente attento alle esigenze e alle condizioni nelle quali versa il cittadino affinché possa ottenere la massima tutela da parte dello Stato ospitante e scongiurare qualunque tipo di discriminazione. Qualunque persona abbia voluto soffermarsi su questo documento avrà appreso la forza con la quale viene sancito il diritto di libera circolazione e avrà intuito che la direttiva mira ha tutelare il libero cittadino e non vuole essere un appiglio al quale far riferimento qualora si decida di adottare disposizioni legislative restrittive nei confronti del diritto di cui sopra. Soprassedendo sulla lettura, evidentemente superficiale, che ne ha fatto il Ministro Maroni, entro nel merito della direttiva per mostrare come le affermazioni di Maroni siano confuse e mescolino articoli e disposizioni ben precise.

- La cittadinanza dell'Unione conferisce a ciascun cittadino
dell'Unione il diritto primario e individuale di circolare e
di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati
membri,

- I cittadini dell'Unione dovrebbero aver il diritto di
soggiornare nello Stato membro ospitante per un
periodo non superiore a tre mesi senza altra formalità o
condizione che il possesso di una carta d'identità o di un
passaporto in corso di validità, fatto salvo un trattamento
più favorevole applicabile ai richiedenti lavoro,
come riconosciuto dalla giurisprudenza della Corte di
giustizia.

- Il requisito del possesso della carta di soggiorno
dovrebbe essere limitato ai familiari del cittadino dell'Unione
non aventi la cittadinanza di uno Stato membro
per i soggiorni di durata superiore ai tre mesi.

Articolo 6
Diritto di soggiorno sino a tre mesi
1. I cittadini dell'Unione hanno il diritto di soggiornare nel
territorio di un altro Stato membro per un periodo non superiore
a tre mesi senza alcuna condizione o formalità, salvo il
possesso di una carta d'identità o di un passaporto in corso di
validità.

Articolo 8
Formalità amministrative per i cittadini dell'Unione
1. Senza pregiudizio dell'articolo 5, paragrafo 5, per
soggiorni di durata superiore a tre mesi lo Stato membro ospitante
può richiedere ai cittadini dell'Unione l'iscrizione presso
le autorità competenti.
2. Il termine fissato per l'iscrizione non può essere inferiore
a tre mesi dall'ingresso. Un attestato d'iscrizione è rilasciato
immediatamente..

Il richiamo al limite temporale di tre mesi non fa in alcun modo riferimento ad espulsioni per motivi di ordine pubblico – infatti è dedicato un articolo a parte per disciplinare tali casi – e soprattutto è stato introdotto affinché il cittadino ospite non gravi eccessivamente sul sistema socio-assistenziale dello Stato ospitante per un lasso di tempo indeterminato. Il riferimento del Ministro oltre ad essere impreciso, sembra porsi come una minaccia rispetto alla quale l’intera direttiva europea prende fermamente le distanze. E prosegue:

- …In nessun caso una misura di allontanamento dovrebbe essere presa nei
confronti di lavoratori subordinati, lavoratori autonomi
o richiedenti lavoro, quali definiti dalla Corte di giustizia,
eccetto che per motivi di ordine pubblico o di pubblica
sicurezza.

- L'allontanamento dei cittadini dell'Unione e dei loro
familiari per motivi d'ordine pubblico o di pubblica sicurezza
costituisce una misura che può nuocere gravemente
alle persone che, essendosi avvalse dei diritti e
delle libertà loro conferite dal trattato, si siano effettivamente
integrate nello Stato membro ospitante…

- Pertanto, quanto più forte è l'integrazione dei cittadini
dell'Unione e dei loro familiari nello Stato membro ospitante,
tanto più elevata dovrebbe essere la protezione
contro l'allontanamento. Soltanto in circostanze eccezionali,
qualora vi siano motivi imperativi di pubblica sicurezza,
dovrebbe essere presa una misura di allontanamento
nei confronti di cittadini dell'Unione…

Ancora una volta le lettura che ne deriva è finalizzata a garantire si che il cittadino ospite non costituisca un “disturbo” alla vita sociale nel Paese ospitante – come è sacrosanto che sia – ma è una possibilità richiamabile solo in casi particolari o estremamente gravi e non nel semplice caso in cui non vengano rispettate le scadenze amministrative.
Non credo sia necessario dilungarmi ulteriormente per ribadire quanto già ampiamente specificato nella Direttiva europea. Vorrei solo ricordare l’importanza di leggere attentamente i documenti e la necessità di verificare sempre quanto ci viene detto per evitare spiacevoli manipolazioni o distorsioni.

lunedì 8 novembre 2010

L’anti-berlusconismo di destra?


Esiste davvero un’anti-berlusconismo interno alla coalizione di centro-destra o è uno slogan che mira ad evidenziare quanto il Governo sia giunto al giro di boa decisivo? Quanto affermato ieri a Perugia non è né un ultimatum né una sfida aperta, piuttosto l’unica concreta possibilità di chiudere un’era politica. Intendiamoci, Fini non è in grado di rappresentare un’alternativa concreta all’attuale Governo ma ha svolto un ruolo cruciale per la destabilizzazione delle forze politiche. Quello su cui si dovrebbe riflettere a questo punto non è tanto lo scenario futuro – si andrà alle elezioni anticipate, si formerà un Governo tecnico, quali saranno le alleanze future? – che inevitabilmente sarà determinato da strategie a-politche, bensì sul motivo per il quale siamo giunti a questo punto. La nascita della seconda Repubblica è coincisa con la scesa in politica dell’impresario Silvio Berlusconi e con l’inaugurazione di una nuova stagione. La spettacolarizzazione della politica, la rivoluzione dell’informazione pubblica e la commercializzazione della televisione hanno dominato la scena pubblica per quindici anni. La crisi e la successiva agonia di una sinistra rimasta orfana di leader e di fondamenti hanno spianato la strada all’ascesa di una politica fresca, dinamica e fortemente tesa al fare più che al pensare. Il Berlusconismo però, pur proponendo una formula vincente ed incisiva, conteneva i germi del suo fallimento. Un fallimento che sembra essere imminente se “Futuro e Libertà” riuscirà a percorrere la strada intrapresa.
L’analisi dell’attuale situazione di Governo mostra palesemente la mancanza di contenuti di una politica che, distraendo le masse e indirizzando gli sguardi, ha cercato di amministrare un Paese agonizzante. Le vicende pubbliche del Premier, i processi e le scorribande incontrollate e politicamente scorrette del Carroccio hanno preso il sopravvento. Non è più sufficiente mostrare uno stile di vita festaiolo, spensierato e spettacolare per governare un Paese bisognoso di idee e principi. Quanto accaduto ieri ne è la prova più lampante. La coalizione di centro-destra e lo stesso Parlamento tout cour stanno comprendendo che la politica è fatta di idee prima che di slogan goliardici e festini a luci rosse. È tempo di tornare a parlare di “politica”, quella vera nella quale si dibatte di come organizzare la società e nelle quale lo scontro tra le forze in campo si fondi su divergenze ideologiche radicate – nel senso più puro del termine -. Solo il Pdl e la Lega hanno rinunciato a riflettere sul proprio statuto politico, credendo di poter governare a suon di slogan e pubblicità. Tutte gli altri partiti stanno tentando di uscire dalla morsa sterilizzante del Berlusconismo per riscoprire i propri valori fondanti. Fini, terminato il percorso di parlamentarizzazione del proprio pensiero politico, ha individuato due temi dai quali ripartire nella futura coalizione: immigrazione e crisi economia. L’Udc, una volta individuata la coalizione più idonea alle sue esigenze, porterà avanti i valori e le esigenze dell’elettorato cattolico italiano. L’Idv, terminata l’estenuante lotta al Berlusconismo, potrà focalizzarsi sul giustizialismo. IL Pd, una volta abbandonata l’idea di costituire il polo a sinistra del Popolo delle libertà, rappresenterà il vero centro del Paese in attesa che dalle ceneri della sinistra si attivino dei leader in grado di dare senso ad un parola che ormai da anni ha abbandonato il dibattito pubblico. Fuori dai giochi restano solo i due personaggi cardine dell’attuale esecutivo – Berlusconi e Bossi – che sembrano davvero privi delle risorse necessarie per competere con le altre forze in Parlamento sul terreno della dialettica politica e non su quellO del mero spettacolo mediatico.
Mi auguro che non si perda l’occasione per uscire dall’oscurantismo politico dei questi anni e si colga fino in fondo l’occasione per rifondare una politica del fare fondata sul pensare.

mercoledì 3 novembre 2010

Un "normale" abuso di potere

Non credo sia di una qualche rilevanza parlare dei festini privati nella villa di Arcore, cercare di distinguere ciò che è pubblico da ciò che è privato – in riferimento alla vita degli uomini di Stato – e tanto meno lo è seguire le pungenti affermazioni che ogni giorno fomentano lo scontro politico nel nostro Paese. Ben più rilevante è sollevare la questione dell’ingerenza di un potere all’interno di un altro potere. La pressione esercita dal Presidente del Consiglio sul capo di Gabinetto della Questura di Milano affinché affidasse una minorenne fermata con l’accusa di furto e priva di documenti nelle mani di una Sua conoscente è una fatto non solo rilevante ma di una gravità allarmante. Vorrei sottolinearlo non perché sia un fatto unico nelle vicende politico-giudiziarie di questo Paese ma proprio perché è passato quasi inosservato, sepolto, come sempre accade, da una valanga di vicende più “succulente” da dare in pasto all’opinione pubblica.
Il fatto che la questura di Milano sia stata assolta dalla Procura della Repubblica da tutte le accuse in merito a procedure non corrette rispetto all’affidamento della minorenne Ruby al Consigliere regionale per il Pdl Nicole Minetti, rappresenta uno spostamento di attenzione rispetto alla centralità del ruolo svolto dal Premier in questa vicenda. Quanto sancito dalla Procura non assolve ne chiarisce la legittimità del gesto compiuto dal Presidente del Consiglio e tanto meno gratifica sapere che sono ancora aperte le indagine in merito al “triangolo dell’amore” Mora-Fede-Berlusconi. La gravità rappresentata dall’intromissione del Premier nelle procedere giuridicamente legittimate della Questura milanese non è stata soppesata a sufficienza e merita di essere affrontata. Giuseppe D’avanzo scrive oggi su Repubblica: “Anche se per un quietismo istituzionale la procura di Milano chiude con un no contest il conflitto tra questura e tribunale dei minori, è già uno scandalo pubblico che, con un abuso di potere, un capo di governo intervenga su un funzionario dello Stato per accelerare e facilitare la liberazione di una sua giovane amica”.
La questione investe direttamente il concetto di potere e in particolar modo di utilizzo del potere in uno stato democratico moderno. Il Premier ha utilizzato in maniera impropria il proprio potere per determinare l’esito della vicenda Ruby cosa ben più grave del gesto di influenza istituzionale al quale è stato fatto appello nella divulgazione della vicenda. Anche se il fatto è circoscritto la risonanza investe il concetto di Stato di diritto e di distribuzione dei poteri. In uno Stato di diritto moderno ogni individui – sia esso un libero cittadino sia esso una carica dello Stato - che agisce nella società civile deve essere sottoposto al rispetto delle leggi e delle procedure sancite da esse. Mi sembra palese che la prevaricazione di cui sopra sia un esempio di come una carica politica – e per lo più di una delle quattro più alte cariche politiche dello Stato – si sia sottratta ai principi dello Stato di diritto. Non solo. Un altro principio cardine delle nostre società democratiche è rappresentato dalla divisione dei poteri e in particolar modo dalla distribuzione dei compiti – e quindi del potere che ognuno di essi prevede per il corretto esercizio – secondo una logica di specializzazione e competenza specifica. La questura è investita di specifici compiti ovviamente diversi da quelli che fanno capo al Presidente del Consiglio ma che non implicano che quest’ultimo, ricoprendo una carica di grande rilevanza nello Stato possa sobbarcarsi per libera scelta. Ogni compito è stabilito dalla legge che, in quanto tale, è il prodotto di un processo democratico di produzione affidato ad un organo legittimato a porre in essere tali regole. Questo principio oltre ad essere vitale per il corretto funzionamento dello Stato ha un carattere di funzionalità ed efficienza. Parafrasando quanto detto da Mosca, il fattore cruciale per la minoranza che detiene - legittimamente – il potere politico è la capacità di organizzarsi e coordinarsi, cioè è la capacità di distribuire il potere secondo canali secondari ognuno dei quali agente in maniere coordinata e finalizzata al buon funzionamento dello Stato. Quello che è successo viola quanto affermato in questa sede e soprattutto le legalità delle procedure.
Quello che spaventa di più è la normalità con la quale gli abusi di autorità e prevaricazione istituzione passano sotto gli occhi di tutti come se oramai, gesti di questo genere siano tacitamente accettati o sottovalutati in nome di un’omertà troppo diffusa.

sabato 28 febbraio 2009

L'italia nichilista


Ci fu un’epoca felice nella quale il diritto positivo posto dall’uomo veniva preso a braccetto e sostenuto affinchè venisse considerato giusto e buono. Dapprima tale compito di legittimazione e potenziamento era affidato a Dio, o meglio agli intermediari tra la volontà divina onnipotente e gli uomini. Abbandonata tale strada prese piede il giusnaturalismo nel quale la legittimazione del diritto umano non avveniva più dall’alto ma dal basso attraverso il riferimento ai diritti considerati “naturali” dell’uomo. Con il trionfo del pensiero razionale, il compito di avvalorare la produzione normativa dell’uomo passò alla ragione. Con il ‘900 a provarci furono lo Stato-Nazione, imponente edificio culturale destinato a dare senso al “cittadino”, e le grandi ideologie politiche.
Non ho intenzione di aprire un dibattito su chi o cosa ha oggi il gravoso compito di sostenere il diritto positivo. Quello che vorrei mostrare – anche se credo sia sotto gli occhi di tutti – è la deriva sempre più forte dello Stato italiano verso il nichilismo giuridico. In una tal condizione ogni produzione normativa cessa di essere espressione della ragione, o meglio di un sentimento di bene comune – si intende qui il bene in senso platonico cioè quale idee perfetta slegata dalla realtà a cui gli uomini dovrebbero ispirarsi – per essere mero esercizio della volontà del legislatore, cioè di colui che in un particolare contingenza storica si trova investito dell’autorità legittima di porre in essere regole valide per tutta la collettività. Il modo di governare l’Italia al quale stiamo assistendo è – purtroppo – sempre più assimilabile ad una tal condizione. e non faccio riferimento alle polemiche sull’utilizzo improprio delle decretazione d’urgenza quanto ad una situazione generalizzata in cui la ratio di ciò che viene stabilito non trova legittimazione alcuna se non in un espressione impropria della democrazia rappresentativa che consiste nell’attribuzione a colui che governa del diritto di creare leggi e regolamentare ambiti. Il venir meno del concetto di senso comune e il proliferare di un sentimento di illegalità che on riesce ad essere contrastato efficacemente sono le conseguenze più immediate di un deficit di razionalità nel diritto positivo. La mia critica non volge lo sguardo solo alla politica simbolica - più volte menzionata – che contraddistingue il procedere del governo attuale e alle decisioni che palesano un ricerca disperata di consenso tra gli elettori, quanto piuttosto alla mancanza di un substrato solido e plurale che possa fungere da ispiratore del diritto. Più volte si menzionato del problema, o meglio della questione, della ribalta della Chiesa sulla scena pubblica. tale questione rappresenta un lampante esempio di come esista un vuoto che deve essere colmato. Se sia giusto o meno che se ne occupi la Chiesa – o meglio la religione – lo lascio decidere alla coscienza di ognuno. Quello che voglio denunciare – come già ho fatto in precedenti occasioni – è la necessità che venga creato un soggetto in grado di sostenere il diritto positivo, che permetta di perseguire il bene comune. Vorrei concludere riportando un passaggio di un articolo scritto in occasione del mancato discorso del Papa a “La Sapienza” di Roma. Riporto questo stralcio non perché auspichi che il vuoto di cui si parlava prima sia colmato dalla Chiesa ma per far comprendere quanto divario esista tra gli attori sociali e le istituzioni che vorrebbero porsi come fonti di senso e la Chiesa – le frange più progressiste dell’istituzione, non certamente coloro che rifiutano il Concilio Vaticano II -. Sono convinto che la laicità dello Stato possa essere garantita anche attingendo al bagaglio etico-culturale che la religione rivendica come proprio, pur mantenendo la necessaria separazione tra Stato e religione
Fede e ragione dovrebbero essere due amiche, certo diverse e perfino eterogenee, ma che si stimano e si riconoscono. Oltretutto il loro scopo è lo stesso, sebbene secondo diversi cammini: conoscere il vero e trarne gioia e appagamento. Lo scopo della ragione è di conoscere la realtà, l’essere, e in questo movimento, alla fine, Dio. Essa arriva a coglierne l’esistenza, a conoscere qualcosa di lui, ma non lo può raggiungere: getta uno sguardo sull’oltre, che è ad un tempo il Trascendente e l’aldilà, ma non può portarci lì. Occorre che dall’“altrove rispetto al mondo” venga qualcuno a prenderci per mano e farci compiere il viaggio. In questa disposizione si concreterebbe l’atteggiamento di una ragione disposta ad ascoltare a pieno arco. Aperta è quella ragione che con procedimento razionale e controllabile si riconosce insufficiente ad offrire una visione completa; consapevole dei propri limiti, è spontaneamente inclinata a completare e vivificare con gli elementi della fede quelli raggiunti dalla ragione

lunedì 23 febbraio 2009

Ronde anomale



in questi giorni abbiamo assistito al primo effetto collaterale della proposta di decreto legge che istituzionalizzerebbe le ronde cittadine, o meglio il primo effetto perverso come direbbe Boudon: c'è stato un raid contro quattro rumeni mentre mangiavano presso un ristoratore etnico di Roma. La volontà di garantire una legittimità legislativa alle ronde cittadine è stata interpretata come un chiaro segno della volontà del Governo di tutelare la giustizia “fai da te”. Come se non bastasse la paura dilagante nelle città italiane e la diffusa xenofobia alimentata dai continui scontri sul tema della sicurezza, si è deciso di richiamare il senso civico – che in Italia sembra latitare da troppo tempo – per fronteggiare una - presunta – emergenza. È davvero ironico che si cerchi un collante sociale, un obiettivo comune da perseguire, un'etica condivisa attraverso il canale della sicurezza pubblica piuttosto che attraverso la tutela dei diritti inalienabili, il rispetto della dignità umana, la solidarietà o la capacità di cooperazione reciproca. Non voglio dilungarmi sull'inutilità della polizia di prossimità e dei controlli di vicinato che più volte vengono richiamati per far fronte a questioni la cui soluzione sembra richiedere un investimento massiccio di risorse. In effetti è più comodo lasciare che i cittadini volenterosi si “sfoghino” gironzolando per le vie cittadine a menar le mani o il cellulare piuttosto che investire nelle forze dell'ordine addestrate e preposte al controlli cittadino. È un'aberrante applicazione del principio di sussidiarietà che oltre a denunciare un'incapacità statale nell'ambito della sicurezza, legittima le politiche di controllo attuariale. Quello che dovrebbe spaventare è che si sta assistendo ad un'escalation di intolleranza, insofferenza, paura, xenofobia e discriminazione che stanno degradando l'Italia. Il continuo consenso popolare alle manovre leghiste e la volontà governativa, sorda ai richiami europei, stanno promuovendo una politica reazionaria, poco raziocinante e decisamente stonata rispetto agli altri Paesi europei. Le anomalie emergono progressivamente. La “sicurezza partecipata” altro non è che controllo selettivo e legittimazione di politiche attuariali che affossano sempre più qualunque ideale di protezione sociale e sicurezza condivisa. Il decisionismo del governo di centro-destra sta comportando enormi costi a livello sociale. A questo punto la questione da affrontare è se si vuole continuare a sacrificare la dignità umana e i diritti inalienabili all'altare del pragmatismo politico. Ci terrei anche a sottolineare che ad un politica di questo tipo non deve necessariamente corrispondere un politica dell'indifferenza o delle buone intenzioni, può anche corrispondere una politica rispettosa dei poteri statali, della specificità delle funzioni dello Stato, mirata a regolamentare – non punire – e a garantire – non discriminare -. Una politica del genere non è utopia o demagogia o tanto meno spot elettorali, – se lo fosse almeno il Pd avrebbe una parvenza di programma politico - è semplicemente una politica in linea con quanto si rintraccia negli altri Paesi europei. Questo non vuol dire che in Europa regni la pace assoluta o non esistano questioni sociali correlate all'immigrazione e alla sicurezza. In Europa non avviene alcun tipo di legittimazione statale alla giustizia “fai da te”, all'intolleranza o al disprezzo per il disagio sociale.

Veltroni, addio



Il fallimento del Pd arriva a compimento, non certamente per la sconfitta - quasi – annunciata del candidato sardo Soru ma per l'incapacità dimostrata di creare un soggetto in grado di incorporare esperienze politiche diverse – dalla Dc ai socialdemocratici, passando per centro riformista – e in grado di dare rappresentanza pubblica ad una società plurale e sempre più differenziata. Le domande che vengono poste a questo punto sono: chi sarà il nuovo leader - sempre se ci sarà un nuovo leader – e quale sarà la sorte del partito. Indipendentemente da chi sarà nominato segretario del partito e attraverso quale modalità – primarie, congresso anticipato, nomina dell'assemblea del Pd – la vera questione riguarda il futuro del partito. Mi sembra superfluo concentrarsi sulla bagarre politica che seguirà in questi giorni tra i leader politici che intenzionati a prendere la guida del partito – Bindi, Bersani, Franceascini, D'Alema ecc..-. l'ipotesi che nessuno sembra voler considerare riguarda la possibile scissione del Pd nelle diverse anime politiche che 18 mesi fa sono confluite al suo interno. L'idea di creare un partito di centro sinistra, di ispirazione cattolica, riformista e in grado di conquistare una maggioranza in Parlamento verrebbe meno. I cattolci ex-Dc potrebbero rivolgersi a Casini che con il suo 8-9% dei voti potrebbe costituire un soggetto politico solido. La Margherita di Rutelli potrebbe bussare alla porta del Pdl per trovare qualche poltrona su cui posizionarsi, i radicali tornerebbero nell'oscurità delle lotte popolari e la parte più a sinistra potrebbe cercare di risollevare la cosiddetta “sinistra radicale” che, senza un qualche aiuto esterno, sembra incapace di tornare Parlamento. Una sorta di “Sinistra arcobaleno” bis che, per un alto potrebbe tornare a fare l'opposizione reale attraverso la legittimazione del voto ma per l'altro finirebbe per collassare su se stessa come successo negli ultimi anni.
Insomma, una grande frammentazione che gioverebbe solo al centro-destra e che, ancora una volta, minaccerebbe qualunque ipotesi di creare una sinistra unita, capace, coerente e sufficientemente compatta da bloccare la deriva antidemocratica e intollerante che sta investendo l'Italia.